I fibromi uterini: generalità

I fibromi, o miomi uterini, sono una patologia uterina molto comune, tanto da essere riscontrata almeno nel 70% delle donne (1).  Spesso non si presenta come sintomatica, per cui la mancanza di diagnosi potrebbe nascondere una maggiore incidenza di quella riportata in letteratura.

Generalmente si riconoscono tra gli antecedenti: la presenza e l’esposizione agli ormoni ovarici, fattori genetici (2).

La metrorragia spesso associata è causa di anemia, stanchezza e dolore (1). Le donne che soffrono di miomi uterini hanno una ridotta qualità della vita, a causa proprio degli abbondanti cicli mestruali e dell’anemia che ne deriva (3).

L’isterectomia: l’asportazione chirurgica dell’utero

La migliore terapia per i fibromiomi uterini è quella che, in base alle singole esigenze, salvaguardi il benessere generale della paziente a lungo termine. Troppo spesso alle donne non viene offerta la migliore terapia possibile.

E’ frequente che le pazienti desiderino evitare l’isterectomia, vissuta negativamente come una mutilazione. Purtroppo l’isterectomia, suggerita come terapia unica e veloce, rimane ancora una delle proposte più presenti. Secondo la medicina funzionale, la presenza della patologia miomatosica rappresenta l’evoluzione di una patologia sistemica, che certamente non viene risolta dall’eliminazione chirurgica del mioma. È inoltre ben documentato che l’isterectomia, anche se eseguita senza asportare le ovaie, aumenti il rischio di menopausa anticipandola di circa 5 anni, aumenti il rischio cardiovascolare e di patologie metaboliche, incluso l’infarto del miocardio (4).

La Medicina Funzionale è in grado di fornire al medico gli strumenti per consigliare al meglio la paziente. È indispensabile riconoscere, singolarmente, quali siano i fattori di rischio e predisponenti.

Fattori di rischio per lo sviluppo dei fibromi uterini

I fattori che determinano la crescita dei miomi uterini non sono ancora completamente noti (5).

La letteratura scientifica identifica specifici stili di vita ed antecedenti, che svolgono un ruolo conduttore nell’evoluzione della patologia.

Ad esempio, l’ipertensione arteriosa aumenta il rischio di formazioni miomatose a causa dell’aterogenesi che ne deriva (5). La sindrome metabolica e la dislipidemia rappresentano un’ulteriore causa di insorgenza dei fibromi uterini. (6). Anche bassi livelli di vitamina D ne aumentano il rischio (7). Inoltre, sono state segnalate variazioni dei livelli di citochine, suggerendo un coinvolgimento del sistema immunitario e della regolazione dell’infiammazione (7).

Razza e fibromi uterini

Esiste una relazione con la razza di appartenenza, essendo quella africana a maggior incidenza di miomi, con la sintomatologia più grave e con i livelli più bassi di vitamina D (8,9). L’alopecia cicatriziale centrale, spesso presente nelle donne di origine africana, è correlata alla presenza dei fibromi, suggerendo un meccanismo fisiopatologico comune (10).

Inquinamento ambientale e fibromi uterini

Considerando la capacità che hanno le tossine di influenzare l’infiammazione cronica di basso grado, l’inquinamento ambientale rientra nelle cause che inducono la crescita dei miomi uterini.

Un ruolo importante è da ricercare negli inquinanti inalati. Uno studio molto interessante sul particolato PM (0.25) ha dimostrato che, l’esposizione prolungata a modiche quantità di questo particolato, è correlata in maniera significativa al progredire dei miomi (11). Analoga correlazione esiste per: metalli pesanti (12), inquinanti organici (Pops), (12) balsami per capelli ed altri prodotti chimici utilizzati nella toeletta quotidiana (16) e probabilmente i policlorobifenili o PCB (13).

Età della donna e fibromi uterini

Esiste, inoltre, la presenza di finestre particolari nella vita di una donna in cui questi effetti possono essere peggiori rispetto ad altri, come ad esempio il periodo intrauterino e prima del menarca (14).

Si può calcolare che almeno il 23% delle donne gravide sono esposte, in maniera importante, ad almeno tre tossici (o più) al di sopra del livello suggerito di allarme (15).

La terapia con progesterone

Uno dei trattamenti non chirurgici più utilizzato è l’uso del progesterone. Molecole come l’Ulipristal Acetato (UPA), infatti, hanno determinato una riduzione del mioma, tanto da renderlo non più necessariamente operabile nell’immediato (almeno nel 61% delle pazienti) poiché i sintomi erano ridotti o comunque accettabili (17).

Purtroppo, ridurre tutta la terapia a questa sola molecola non riesce a mantenere i risultati nel tempo ed i miomi ritornano a crescere dopo l’interruzione, inoltre non corregge i fenomeni causali. Quanto riportato serve a focalizzare l’attenzione sul fatto che, i fibromi, presentino un’alterazione dei recettori per estrogeni ed androgeni. Il progesterone ristabilizza questo equilibrio modulandone la sensibilità (18).

Il medico di medicina funzionale coglie, in questa osservazione, il motivo per indirizzare la paziente a restaurare il regolare bilancio ormonale, anche dopo che i sintomi sono stati trattati, per poter controllare la ricrescita del mioma.

L’approccio terapeutico secondo la medicina funzionale

La migliore terapia medica convenzionale non è stata ancora adeguatamente definita (19).

Secondo la medicina funzionale, la presenza dei miomi indica uno sbilancio ormonale.

Per trattare questo squilibrio è spesso necessario un miglioramento dello stile di vita, il controllo del tipo di alimentazione (che contemporaneamente riduce anche il rischio cardiometabolico), la riduzione dell’esposizione ai tossici ed un intervento che moduli l’infiammazione. Per molte donne che soffrono di fibromi e che desiderano evitare l’isterectomia, queste terapie possono rappresentare una soluzione.

Parlare di stili di vita significa andare a cambiare le motivazioni e gli sbilanci per cui un mioma si è formato. Spesso risulta coinvolto l’aumento del tessuto viscerale adiposo, il grasso infiammatorio, l’aumento della resistenza all’insulina e l’infiammazione cronica di basso grado.

Da considerare sempre la modalità e la capacità di detossificazione ormonale che possiede la paziente con miomi.

Uno dei principali interventi sul paziente è quello di ottimizzare la fase I, la fase II e la fase III di detossificazione. Mentre nella fase I e II l’attenzione del medico è sulla detossificazione epatica, a carico in particolar modo dei mitocondri, la fase III di detossificazione è la capacità che possiede l’organismo di determinare l’eliminazione degli ormoni in eccesso tramite l’intestino.

Dieta, attività fisica, nutraceutica e fitoterapia

L’eccesso di peso e la distribuzione del grasso possono influenzare negativamente ogni distretto del corpo.

I fenomeni che attivano l’infiammazione cronica di basso grado determinano la produzione e l’attivazione delle aromatasi, enzimi mitocondriali capaci di produrre estrogeni localmente, in siti in cui normalmente non dovrebbero essere presenti (come all’interno del tessuto miomatoso o nei noduli mammari), predisponendo anche al tumore al seno.

Un peso adeguato può essere raggiunto attraverso una corretta alimentazione e con l’esercizio fisico. I consigli dietetici possono variare a seconda dei bisogni e della personalità della paziente. Può essere utile una dieta ricca di alimenti freschi e vegetali come la Rainbow (ogni piatto composto da almeno 5 colori di vegetali). Nel caso si voglia contrastare maggiormente la resistenza all’insulina, potrebbe essere consigliato il digiuno intermittente o anche una dieta chetogenica. La resistenza all’insulina, che è spesso all’origine dell’infiammazione cronica silente, conduce alla formazione dei miomi. Anche il tipo di attività fisica suggerito dovrà incrementare la capacità di consumare zuccheri, come gli esercizi aerobici che intervallano momenti di intensa attività al riposo.

I nutraceutici rappresentano importantissimi modulatori dell’indice glicemico. Sono a nostra disposizione: acido alfa lipoico, la cannella e la berberina. Inoltre, sono utili la dioscorea, l’agnocasto e la damiana per la regolazione progestinica.

La detossificazione estrogenica

Riguardo alla produzione ed alla detossificazione estrogenica, alle donne deve essere consigliato di evitare l’assunzione di estrogeni con l’alimentazione. Il latte e i latticini derivati ne sono un esempio: rappresentano una delle fonti alimentari con maggiore quantità di estrogeni, considerando che le mucche sono sempre gravide per poter produrre latte e per la presenza dell’ormone della crescita bovino.

La paziente dovrebbe, inoltre, essere resa edotta su come gli xenoestrogeni possano essere nascosti nei normali prodotti da toeletta.

La detossificazione deve essere adeguata per poter metilare, glucuronare o solforare gli estrogeni. Solo se questi ormoni vengono trasformati da liposolubili ad idrosolubili, tramite questi sistemi, è possibile eliminarli nel lume intestinale e da qui all’esterno.

La fase II del sistema di detossificazione utilizza molecole come il glutatione o la S-adenosil metionina, le vitamine del gruppo B e la vitamina C. Inoltre, un’alimentazione ricca di crucifere, come  cavoli, broccoli, cipolle ed aglio, può sopperire a questo bisogno.

Un primo must è evitare la costipazione nel tratto intestinale. Quando siamo costipate riassorbiamo estrogeni tramite la presenza della glucuronidasi batterica. In caso di costipazione cronica e disbiosi intestinale, i nostri batteri intestinali non sono tra i più salutari e producono molto enzima glucuronidasi. La glucuronidasi, presente in eccesso, taglia la codina glucuronata che rende gli estrogeni solubili ed eliminabili tramite le feci. Gli estrogeni divengono così nuovamente liposolubili, quindi riassorbiti e rimessi in circolo. Una dieta con fibre e lattobacilli evita la costipazione e migliora il microbiota intestinale (20).

Terapie chirurgiche mininvasive

Un ultimo accenno va fatto alle terapie chirurgiche mininvasive, quando necessarie, come la miolisi con radiofrequenza per via transvaginale.

Questa metodologia permette la riduzione volumetrica del mioma, e da qui la sintomatologia, tramite l’introduzione di un semplice ago a radiofrequenza che è in grado di colliquare il mioma.

 

Bibliografia

1.Stewart EA, Cookson CL, Gandolfo RA, Schulze-Rath R. Epidemiology of uterine fibroids: a systematic review. BJOG. 2017;124(10):1501-1512. doi:10.1111/1471-0528.14640

2.Vercellini P, Frattaruolo MP. Uterine fibroids: from observational epidemiology to clinical management. BJOG. 2017;124(10):1513. doi:10.1111/1471-0528.14730

3.Borah BJ, Nicholson WK, Bradley L, Stewart EA. The impact of uterine leiomyomas: a national survey of affected women. Am J Obstet Gynecol. 2013;209(4):319.e1-319.e20. doi:10.1016/j.ajog.2013.07.017

4.Laughlin-Tommaso SK, Khan Z, Weaver AL, Smith CY, Rocca WA, Stewart EA. Cardiovascular and metabolic morbidity after hysterectomy with ovarian conservation: a cohort study. Menopause. 2018;25(5):483-492. doi:10.1097/GME.0000000000001043

5.Boynton-Jarrett R, Rich-Edwards J, Malspeis S, Missmer SA, Wright R. A prospective study of hypertension and risk of uterine leiomyomata. Am J Epidemiol. 2005;161(7):628-638. doi:10.1093/aje/kwi072

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10.Dina Y, Okoye GA, Aguh C. Association of uterine leiomyomas with central centrifugal cicatricial alopecia. JAMA Dermatol.2018;154(2):213-214. doi:10.1001/jamadermatol.2017.5163

11.Mahalingaiah S, Hart JE, Laden F, et al. Air pollution and risk of uterine leiomyomata. Epidemiology. 2014;25(5):682-688. doi:10.1097/EDE.0000000000000126

12.Qin YY, Leung CK, Leung AO, Wu SC, Zheng JS, Wong MH. Persistent organic pollutants and heavy metals in adipose tissues of patients with uterine leiomyomas and the association of these pollutants with seafood diet, BMI, and age. Environ Sci Pollut Res Int. 2010;17(1):229-240.

13.Trabert B, Chen Z, Kannan K, et al. Persistent organic pollutants (POPs) and fibroids: results from the ENDO study. J Expo Sci Environ Epidemiol. 2015;25(3):278-285. doi:10.1038/jes.2014.31

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20.Stewart EA, Cookson CL, Gandolfo RA, Schulze-Rath R. Epidemiology of uterine fibroids: a systematic review.2017;124(10):1501-1512. doi:10.1111/1471-0528.14640

21.Transvaginal Radiofrequency Ablation of Myomas: Technique, Outcomes and Complications. V.E Rey et al, J of Laparoendoscopic & advanced surgical techniques(2018)