Quando le informazioni mancano, le voci crescono.

Alberto Moravia

L’infiammazione vive di informazione

Qualcuno sostiene che l’infiammazione (o flogosi) sia informazione. Più propriamente, l’infiammazione fa parte delle risposte ancestrali ad un insulto patogeno con lo scopo di rimuoverlo e di riparare i tessuti danneggiati (Strayer 2015). Senza dubbio, questo meccanismo di difesa è regolato da informazioni provenienti da molteplici cellule e tessuti organizzati in una matrice a quattro dimensioni, dove il tempo svolge un ruolo fondamentale. Sono coinvolti numerosi tipi di segnali: ormoni, citochine, fattori di crescita, neuropeptidi, adipochine, neuromediatori e oppioidi, per citarne solamente alcuni. (Taub 2008). L’approccio semplicistico è quello di potenziare o inibire questa risposta, mentre una visione più evoluta consiste nel modularla affinché sia in equilibrio con le necessità fisiopatologiche dell’organismo (Bottaccioli 2008). In effetti, secondo il paradigma della psiconeuroendocrinoimmunologia e della medicina funzionale, possiamo considerare la flogosi come una funzione immersa fra le tante a costituire il meraviglioso “universo” che è il corpo umano. Per fare un esempio, la semplice funzione opponente del pollice, che distingue l’uomo da altri primati, ha indotto Anassagora, il filosofo greco presocratico, ad affermare: “L’uomo pensa perché ha la mano” (Young 2003).

La fitoterapia e la proprietà commutativa

La proprietà commutativa della moltiplicazione (o della somma) dichiara: “Cambiando l’ordine dei fattori (o degli addendi) il prodotto (la somma) non cambia. Se utilizziamo fitoterapici con le stesse modalità dei farmaci antinfiammatori operiamo sullo stesso livello: la soppressione del sintomo. Proverò, piuttosto, a descrivere una differente filosofia di intervento, purtroppo in maniera non esaustiva in quanto anche lo spazio è tiranno.

Primo provvedimento: rimuovere i campi di disturbo

In medicina funzionale si presta molta attenzione ai campi di disturbo: fattori chimici, fisici, biologici e psicosociali capaci di indurre alterazioni della funzione. Ho un problema, ne identifico la vera causa, la rimuovo. Lapalissiano. Partiamo dalla dieta. La saggezza popolare ci dice che occorre limitare i quattro alimenti, bianchi, infiammatori: zucchero, farina raffinata, latte e sale. A volte, questo semplice cambiamento dietetico è sufficiente a indurre notevoli miglioramenti. Non dimentichiamo la disbiosi: prebiotici e probiotici sono di grande aiuto nelle malattie infiammatorie, soprattutto per quelle localizzate a livello intestinale (Olendzki 2014). Anche la sedentarietà è un campo di disturbo. Gino Bartali, uno dei più bravi ciclisti italiani, ci raccontava: “Gli italiani sono un popolo di sedentari. Chi fa carriera ottiene una poltrona”. La letteratura scientifica suggerisce, infatti, che l’attività fisica abbia proprietà antinfiammatorie, anche a lungo termine (Metsios 2020).

Secondo provvedimento: se vuoi la pace, prepara la pace (del parasimpatico)

Lo stress, l’ansia e la depressione possono essere considerati dei fattori di rischio cardiovascolare soprattutto quando associati ad un aumento del tono adrenergico e alla flogosi cronica (Fioranelli 2018). Meno noto è invece il compito del sistema nervoso parasimpatico nel controllare l’infiammazione. L’aumento locale di alcune citochine infiammatorie, come il TNF-alfa e l’IL-1β, è rilevato dalle fibre afferenti del vago che raggiungono il nucleo del tratto solitario, a livello del tronco encefalico. Da qui partono dei segnali per il nucleo dorsale motore del vago, localizzato nel tronco encefalico, che va a modulare l’infiammazione a livello periferico. Si parla, appunto, di controllo colinergico dell’infiammazione (Rosas-Ballina 2009), risposta fisiologica che giustifica l’importanza di tutte quelle tecniche in grado di potenziare l’attività del parasimpatico (Qi Gong, mindfulness, metodo PNEIMED, eccetera).

Terzo provvedimento: tieni a bada gli amici dei nemici

L’infiammazione cronica è profondamente legata allo stress ossidativo con un potente effetto sinergico. Quando la flogosi diventa un nemico per il nostro organismo, anche lo stress ossidativo rappresenta un pericolo. Scopriamo che alcune sostanze, come la papaia fermentata, un potente antiossidante, hanno contemporaneamente attività antinfiammatoria. Un interessante studio (Marotta 2007) ha mostrato una riduzione significativa dei livelli di IL6 e di TNF-α negli anziani in seguito a somministrazione di papaia fermentata per 3 mesi. In sostanza, i livelli di queste citochine infiammatorie, durante il trattamento, diventano simili a quelli dei giovani. Questo risultato l’ho definito “effetto Cocoon”, dal film di Ron Howard del 1985, “Cocoon – l’energia dell’universo”, il quale narra del ringiovanimento di alcuni vecchietti che fanno il bagno in una piscina dove sono custoditi degli energizzanti baccelli alieni.

Quarto provvedimento: “Non fa bene alcuna cosa chi il suo tempo non riposa”.

Esiste una fortissima interazione fra sonno e sistema immunitario. Un’eccessiva attivazione del sistema immune causa fatica e insonnia. Parimenti, un sonno di qualità e quantità ridotte determina uno squilibrio immunitario con infiammazione cronica di basso grado (Besedovsky 2019). Con il tempo, può crearsi un circolo vizioso per cui la flogosi cronica induce alcune alterazioni del sonno che, a loro volta, impediscono una risoluzione del processo infiammatorio (Irwin 2019). Numerosi studi e linee-guida sottolineano l’importanza della terapia cognitivo-comportamentale nel trattamento dell’insonnia (Sateia 2017).Da sottolineare l’utilità della melatonina, ormone che regola il ciclo sonno-veglia, nel trattamento dell’insonnia. In effetti, la melatonina ha anche proprietà antinfiammatorie, ad esempio contrastando la traslocazione nucleare del fattore di trascrizione NF-kB, uno dei principali mediatori della flogosi. Inoltre, inibisce l’attivazione dell’inflammasoma NLRP3, complesso multiproteico in grado di attivare la caspasi-1 infiammatoria che può causare la morte flogistica cellulare (piroptosi). (Tarocco 2019). Del resto, la melatonina è spesso impiegata con successo nell’insonnia, in associazione alla fitoterapia (biancospino, valeriana, scutellaria, passiflora, ashwagandha, eccetera).

Quinto provvedimento: “L’inferno è l’assenza”. Paul Verlaine

La storia della medicina narra che lo scorbuto e il rachitismo erano considerate malattie infettive prima di scoprirne la vera natura: non la presenza di un agente infettivo ma l’assenza (o meglio la carenza) di alcune vitamine, rispettivamente della C e della D. Se vogliamo evitare l’insorgenza di infiammazione cronica il nostro organismo deve essere rifornito di tutti gli elementi essenziali, fra cui: gli omega-3, la vitamina D e la vitamina K. Il metabolismo degli omega 3 è, ad esempio, in grado di generare alcuni composti antinfiammatori, come le resolvine, le protectine e le maresine (Vigna 2014). La vitamina D regola l’attivazione del fattore NF-kB evitando un’eccessiva formazione di TNF-α e IL-6. D’altro canto, la vitamina D incrementa i livelli intracellulari di glutatione scongiurando lo stress ossidativo da eccesso di radicali liberi (Calton 2015). Un aspetto meno noto è invece relativo alle proprietà antinfiammatorie della vitamina K2. Questa vitamina attiva l’osteocalcina che opera sul pancreas, sul tessuto adiposo e sul muscolo migliorando la sensibilità all’insulina. Ancora, la vitamina K2 è in grado di attivare la proteina Gla di matrice che riduce il rischio di microcalcificazione dei tessuti molli, potente stimolo infiammatorio locale (Shi 2020). In sintesi, dovremmo valutare l’utilità dell’integrazione di omega-3, vitamina D e K2 per ridurre il rischio di infiammazione locale e sistemica.

Conclusioni: “Più cose conosci e più rischi di curare bene il tuo paziente”.

L’infiammazione cronica è alla base di numerose malattie e dobbiamo sforzarci di comprenderne tutte le sfumature. La realtà fisiopatologica di questo processo è molto complessa e occorre uno sforzo particolare nel reperire tutte le risorse disponibili per affrontarlo con cognizione di causa. Urge il coinvolgimento di un trattamento anche non farmacologico. Un modesto ma utile suggerimento ci è offerto dalla psiconeuroendocrinologia e dalla medicina funzionale, modelli che dovrebbero far parte del bagaglio culturale di chi ha a cuore la cura della salute nella sua accezione più ampia.

(Per gentile concessione della rivista Pnei news n°5 -2020 diretta dal prof. F.  Bottaccioli.)

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