Intervista al Dott. Evasio Pasini, specialista in cardiologia e in patologia clinica, con numerose pubblicazioni su riviste internazionali, esperto in metabolismo, in particolare di quello proteico, a riposo e da sforzo, in soggetti sani e nei malati.

Dott. Evasio Pasini, ci descrivi la fase 2 dell’infezione da COVID-19?

In molti casi l’infezione da COVID-19 è asintomatica o paucisintomatica. Tuttavia, una parte rilevante di questi pazienti presenta un’importante sintomatologia e coinvolgimento multiorgano. Possiamo definire come pazienti nella fase 2 quelli che hanno superato una sindrome iperacuta caratterizzata da un prolungato allettamento (anche di 15-20 giorni), con eventuale intubazione e, comunque, in condizioni critiche. La fase 1 consiste in una sindrome “ipermetabolica”, con febbre elevata, valori di PCR anche intorno a 250, marcato aumento dei globuli bianchi. Inoltre, nella fase 1 sono somministrati numerosi farmaci. Inoltre, spesso è presente una sindrome da stress post-traumatico.

Di cosa hanno bisogno i pazienti della fase 2?

Nella fase 2 dell’infezione da COVID-19 è necessario, quindi, un supporto psicologico. Fondamentale anche la classica riabilitazione funzionale: cyclette, esercizi respiratori e calistenici (a corpo libero), isometrici e isotonici. È anche necessaria una “riabilitazione” metabolica, aspetto purtroppo spesso ignorato.

Come si valutano le alterazioni metaboliche in questi pazienti?

Oltre all’inquadramento generale del paziente (cardiopolmonare, renale, sistemico e psicologico) occorre procedere a una valutazione nutrizionale. Si inizia con la bioimpedenziometria (BIA) che supera i limiti dell’indice di massa corporea (BMI) fornendo informazioni sui fluidi, sul grasso e sui muscoli corporei. Di enorme utilità è la misurazione sierologica non solo della PCR, ma anche dell’emoglobina, della vitamina D, della ferritinemia, della sideremia e dell’albumina, per citare alcuni parametri. La prealbumina o transtiretina (TTR) è particolarmente utile nel valutare l’impatto dell’intervento dietetico in quanto si modifica molto prima dell’albumina e delle masse muscolari.

Quali sono le alterazioni metaboliche che riscontri di frequente?

I pazienti con scompenso cardiaco, sebbene stabili, si presentano con una carenza nutrizionale nel 60-70% dei casi con associata infiammazione cronica silente di basso grado. La fase 2 dell’infezione da COVID-19 si accompagna ad una maggiore compromissione delle condizioni metaboliche, in particolare di quelle proteiche. Durante la fase 1 si verifica una condizione ipercatabolica, con infiammazione acuta molto potente. Inoltre, spesso si associano disbiosi e sindrome da alterata permeabilità intestinale (Leaky Gut Syndrome). Per tale motivo, è necessaria una pronta e decisa riabilitazione metabolico-proteica.

Quali sono i primi provvedimenti nutrizionali da intraprendere?

Ovviamente, occorre trattare tutte le alterazioni come la disbiosi, la sindrome da alterata permeabilità intestinale e l’infiammazione cronica silente di basso grado. Il muscolo scheletrico è il più grande serbatoio di molecole “totipotenti”: gli aminoacidi. In condizioni fortemente cataboliche, come la fase 1 e 2 dell’infezione severa da COVID-19, il muscolo viene saccheggiato per recuperare aminoacidi come fonte energetica. Ne consegue che è importante un buon apporto proteico, di 1,2 – 1,5 grammi/kg die nella fase 2, sino a 2 – 2,5 g/kg die nella fase 2, ma non è facile raggiungere tali livelli in un paziente in condizioni critiche o con alterazioni dell’olfatto, del gusto e dell’appetito. Per cui questi motivi bisogna spesso ricorrere a un’integrazione con aminoacidi.

Quali sono i vantaggi di un’integrazione con aminoacidi?

Ho pubblicato uno studio sui pazienti con scompenso cardiaco, alcuni intraprendevano una dieta con apporto proteico alimentare (ad elevato valore biologico) di 1,2 – 1,3 g/kg die e altri in cui era prevista un’integrazione con singoli aminoacidi ma con una quantità globale proteica inferiore, 0,8 g/kg die. Ebbene, i risultati delle prove di endurance e di consumo di ossigeno erano migliori nei pazienti che integravano con i singoli aminoacidi. Piuttosto che aumentare la quantità di proteine (che devono essere digerite ed assimilate) i risultati migliori si ottenevano con l’integrazione di singoli amminoacidici che non devo essere digeriti e sono quindi rapidamente assorgiti. Il “trucco” consiste quindi nell’integrare con singoli aminoacidi, molecole che sono assorbite direttamente dall’intestino e non necessitano di far intervenire enzimi proteolitici gastrici e pancreatici.

Quali aminoacidi occorre utilizzare?

Gli aminoacidi sono molecole che trasportano azoto, fondamentale per le basi azotate di cui sono costituite molecole basilari, quale il DNA e l’ATP. Quest’ultimo ha un ruolo chiave nelle condizioni in cui è richiesto un surplus energetico. L’integrazione ottimale con aminoacidi prevede una miscela di quelli essenziali, che il nostro organismo non può sintetizzare, con quelli non essenziali, però più palatabili, in un preciso rapporto fra loro. Ovviamente, tale integrazione deve essere personalizzata (caratteristica fondamentale della medicina funzionale, ndr). Il bilanciamento fra aminoacidi è di massima importanza. Un’integrazione con arginina può aiutare le funzioni endoteliali ma un eccesso, o uno squilibrio con l’apporto di altri aminoacidi, può determinare la formazione di molecole tossiche come le putrescine. Un altro aspetto fondamentale risiede nella scelta di aminoacidi di ottima qualità. L’integrazione è molto semplice e, sotto forma di polveri, può essere somministrata in alimenti come lo yogurt o le spremute di frutta.

Bibliografia

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